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INTERVISTA A GIANFRANCO JANNUZZO


Jannuzzo
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16/01/2013 -

Gianfranco Jannuzzo, una bellissima storia di vita che parte dalla sua Sicilia.
Più volte abbiamo avuto modo di decantare la Sicilia, terra d’arte, storia, cultura e tradizioni, terra riarsa dal sole che ha dato i natali a nomi illustri, poeti e narratori, scrittori e commediografi dalla pregiata raffinatezza intellettuale quali, Pirandello, Sciascia, Quasimodo, che hanno saputo trasmettere al mondo il fascino culturale di una regione che, per certi versi, è davvero unica. L’intenso profumo della citronella, del finocchio selvatico, del gelsomino e della zagara, sono capaci d’inebriarti e consapevolmente farti capire di trovarti in un luogo che non ha eguali. Chiudere gli occhi, respirare a pieni polmoni e guardare in lontananza il mare che si confonde con l’azzurro del cielo, è la bellezza di questi luoghi naturali. Ma la Sicilia, come dicevamo pocanzi, è anche terra di grandi tradizioni culturali e artistiche. E, tra gli altri, ha dato anche i natali a un attore teatrale di pregiata bravura e grandi capacità artistiche, apprezzate e riconosciute da tutti. 

Gianfranco Jannuzzo nasce ad Agrigento il 7 dicembre 1954. Attore teatrale e commediografo italiano di grande spessore artistico, è anche attore cinematografico e intrattenitore televisivo. Giovanissimo si trasferisce a Roma con la famiglia. Iniziati gli studi universitari, frequenta il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche diretto da Gigi Proietti. Diplomatosi nel 1982, partecipa ai varietà televisivi della RAI “Attore amore mio” e “A come Alice”, per la regia di Antonello Falqui. E, sempre con la stessa regia, partecipa alle commedie musicali “Applause”. Continua con “Tito Andronico” di W. Shakespeare con Turi Ferro per la regia di Gabriele Lavia. Gianfranco Jannuzzo è un vulcano di entusiasmo, simpatia, cortesia e personalità. E noi, che da anni seguiamo il suo percorso professionale e umano, siamo testimoni di cotanta verità per avere costatato di persona il suo eclettismo ma, soprattutto, la sua affabilità che si antepone a un’innata simpatia di uomo semplice e al contempo intelligente. La sua sicilianità traspare dalla sua predisposizione ai rapporti umani e da quell’accattivante sorriso vero, sincero e mai di circostanza, che è sinonimo di simpatia. Emblematica una sua recente intervista in cui si definisce semplicemente “Uno di voi”. Ama la Sicilia con i suoi profumi, adora i suoi conterranei e ne parla con orgoglio perché gli hanno sempre dimostrato calore e affetto.

Gianfranco, come nasce la sua passione per il teatro?
“ Io e la mia famiglia ci siamo trasferiti a Roma nel ’57 ma, d’estate, ritornavamo sempre ad Agrigento per le vacanze estive. Ricordo che in quel periodo seguivo con passione un grandissimo attore siciliano che si chiamava Renzino Barbera. Mi piaceva molto il suo particolare modo d’intrattenere il pubblico in un modo molto affascinante. Conservai quel ricordo bellissimo per tanti anni fino a che, per varie vicissitudini, sono riuscito a conoscerlo con mia grande soddisfazione. Intanto, a Roma, frequentavo la scuola di recitazione di Gigi Proietti poiché, da ragazzino, avevo coltivato questo desiderio di recitare e di fare l’attore. In un primo momento ebbi paura di dirlo a mio padre perché pensavo che mi avrebbe negato il piacere di farlo. Poi, invece, fu fiero della mia scelta perché vide in me l’entusiasmo di frequentare una scuola che, grazie anche alla filosofia artistica di Proietti, mi dava l’opportunità di diventare attore a tutto campo. Egli, infatti, su modello dei grandi attori americani, sostiene che un artista debba saper recitare, cantare, ballare, suonare uno strumento, essere divertente e al contempo drammatico; insomma un attore completo e senza differenze. Come vede, la mia passione per il teatro parte da lontano; proprio da quando ero ragazzino”.
 
La sua tendenza a imitare gli altri, è un fatto naturale?
“Imitare, è per me un fatto naturale. Fin da piccolo, ricordo che mi veniva spontaneo raccogliere le impressioni degli altri. Mi piaceva vedere cosa facevano le persone intorno a me e, così, imitavo in dialetto siciliano i miei compagni di scuola e gli amici durante le mie vacanze estive. Ho sempre sostenuto che il dialetto è una forma di comunicazione immediata che dà l’opportunità di essere più spontanei e ricchi di vocaboli. Il dialetto, poi, ha avuto il pregio di unificare questo nostro Paese così pieno di contraddizioni, ma che, spesso, si rivede in un’Italia unita. Mi auguro davvero, che tutti i dialetti siano interpretati come patrimonio culturale da tramandare anche alle nuove generazioni ”.
Che cosa ricorda del periodo in cui si trasferì con la famiglia da Agrigento a Roma?
“E’ stata un’avventura fantastica. Io sono il più grande di cinque figli e quando ci siamo trasferiti a Roma avevo dodici anni. Ricordo che prima di partire ci fu una riunione di famiglia, in cui abbiamo stabilito all’unisono che a Roma avremmo studiato e ci saremmo laureati. Questa è stata la promessa, poi mantenuta, fatta a mio padre. D’estate tornavamo ad Agrigento, era come continuare a coltivare l’amore per la propria terra d’origine. Un amore profondo che negli anni non è stato mai reciso. E, ancora adesso, se non riesco ad andare a causa dei miei impegni professionali, mi manca qualcosa. Ho bisogno di respirare l’aria e il profumo della mia terra, odori particolari che ricordano la mia infanzia”.

Lei si è sposato nel 1989 con Gabriella Carlucci a Vulcano, splendida isola della schiera delle Eolie. Come mai scelse proprio quella località?
“ Fu una casualità. Ricordo che c’era un mio carissimo amico, l’architetto Cancina, che possedeva una casa a Vulcano. Ci propose di far celebrare le nozze all’arcivescovo di Lipari che era un suo amico. Così, Gabriella ed io accettammo volentieri. Come lei sa, quel matrimonio non andò bene. Oggi, sono felicemente sposato con Ombretta, una ragazza milanese molto affettuosa, cara e anche bella. Sono molto felice con lei, anche perché ci attraiamo pur essendo caratterialmente diversi. Lei milanese, sempre di fretta, io siciliano, riflessivo e metodico”.

La cultura che affonda nel mare della crisi economica. Che cosa pensa di questo grave problema che investe i teatri italiani?
“Il teatro è un luogo sacro e, come tale, deve sempre essere aperto a tutti e mai chiuso; per nessuna ragione al mondo. Purtroppo ci sono dei politici che non ne comprendono appieno l’importanza. Il Teatro è il luogo di comunicazione tra gli spettatori e gli attori, è il seme di tutto. Dobbiamo essere tutti molto grati al teatro, capace di sviluppare i valori di democrazia e dell’agorà. Purtroppo, i nostri politici sono miopi e non capiscono l’importanza vitale di sostenere i teatri, quale luogo per incrementarne lo sviluppo. Io, quando sento certe cose, non faccio altro che arrabbiarmi sonoramente. Non si può sottovalutare l’importanza storica di luoghi che hanno visto crescere la cultura, da Plauto ad Aristofane; un gioco meraviglioso d’interscambiabilità tra pubblico e attori che si perpetua da anni. Penso che, per questo problema, dovrebbe esserci un’insurrezione di massa, una protesta popolare capace di far cambiare idea a questi nostri politici che non sanno neanche di ciò che parlano. I teatri bisogna aprirli, altro che chiuderli”. 

Quali sono le differenze tra attore di cinema, teatro e televisione?
“I più bravi attori di cinema sono soprattutto grandi attori di teatro. Infatti, quando andiamo a  vedere un film con Al Pacino, Dustin Hoffman oppure Marlon Brando ne apprezziamo la qualità interpretativa. Spesso, tuttavia, dimentichiamo che questi grandi attori provengono tutti dal teatro; una palestra necessaria per proseguire la professione artistica. I nostri attori più grandi, da Gian Maria Volonté a Enrico Maria Salerno, da Giancarlo Giannini a Sergio Castellitto, per fare qualche esempio, sono soprattutto attori nati in teatro. Poi li vediamo al cinema e, incantati dalla loro qualità di recitazione, ci dimentichiamo qual è la loro provenienza. In Italia abbiamo i più grandi attori di teatro, pensi che Salvo Randone avrebbe dovuto recitare al cinema “Il Padrino” al posto di Marlon Brando, poi non se ne fece nulla, ma non per questo sarebbe stato interpretato in maniera minore. Penso, dunque, che tra gli attori di teatro e del cinema non ci siano sostanziali differenze per i motivi appena esposti. Per quanto riguarda invece la televisione, devo dire che è diventata una cosa di massa, un mezzo di mercificazione dove si pensa solo agli ascolti. Si penalizza la qualità e si premia la quantità intesa anche come linguaggio becero e scurrile, ma che porta ascolti e introiti commerciali. Personalmente, non mi scandalizzo di cotanta volgarità, tuttavia, penso che si perda l’opportunità di assistere a programmi di un certo spessore, capaci di lasciare dentro lo spettatore qualcosa d’importante che resti duraturo nel tempo”.   

Per questo motivo, oggi non fa più televisione?
“ No, non è per questo motivo e non mi piace nemmeno avere un atteggiamento snobistico nei confronti della televisione. Dico solo che mi piacerebbe farla bene come in passato. Recentemente, per esempio, me la faceva fare bene Paolo Limiti, il quale  metteva a mia disposizione lo studio, mi dava l’opportunità di fare le prove anche un’ora prima d’andare in onda, funzionavano a meraviglia le luci, le coreografie e l’orchestra: insomma una cosa fatta bene. Adesso, invece, ti chiamano per fare il tuttologo e parlare di aria fritta. Insomma, se dovessero chiamarmi per fare un programma d’intrattenimento con interviste e parlando al pubblico di temi di qualità, sarei assolutamente disponibile. Al contrario, non accetterei. Desidero fare una  televisione come la intendo io, non come la impongono gli altri”.

Jannuzzo, oggi è più difficile far ridere rispetto a ieri?
“E’ sempre stato difficile far ridere. Noi italiani, ma direi anche gli europei in genere, siamo stati sempre sollecitati dalle corde malinconiche. Ridere è un’arte. Fare scaturire la risata e saperla fare senza vergognarsi, è un privilegio di pochi”.
 “Cercasi tenore” è la commedia del drammaturgo americano Ken Ludwing, che lei sta recitando con successo nei migliori teatri italiani. Nonostante l’esilarante e piacevole commedia ambientata a Broadway negli anni ’30, non ha pensato che potesse disorientare coloro i quali si aspettano da lei la comicità siciliana?
“ Non è presunzione, ma devo dire che mi piace fare l’attore a tutto tondo, anche perché durante il corso di tutti questi anni di recitazione mi è stata data la patente di credibilità, sia nella parte comica che in quella drammatica. Ho recitato Pirandello, Shakespeare e altri grandi autori, proprio perché lo ritengo un completamento artistico e culturale di notevole importanza. E poi, è importante rinnovarsi per avere nuovi stimoli e, soprattutto, non rischiare di stancare il pubblico. Detto questo, voglio però assicurare il mio pubblico che, periodicamente, ritornerò in teatro, come per altro faccio da anni, nel ruolo di One man show che diverte anche me”.

Che cosa le è rimasto dentro, della sua Sicilia?
“Tutto! Vedo molti pregi in noi siciliani, dal senso dell’amicizia, della lealtà, dell’ospitalità, dell’aggregazione, dal rispetto verso la propria donna che è qualcosa di più che la semplice compagna di vita, la persona che tu sposi o l’amante che hai avuto nell’età adolescenziale. Per noi siciliani, la donna è la madre, la terra, la radice, l’appartenenza, un qualcosa che ti accompagna durante il percorso della tua vita. Per questo sono  molto orgoglioso di essere siciliano, perché mi rivedo in tutti questi valori, anche se ho mille altri difetti!” .

Salvino Cavallaro


Salvino Cavallaro

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