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PANTANI, QUINDICI ANNI DOPO LA SUA MORTE


L`anniversario di un grande campione di ciclismo.
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Torino, 14/02/2019 -


Un anno. Ti volti e non t’accorgi che è già passato. E’ la vita, è la sua inesauribile storia fatta di difficoltà, amarezze, ingiustizie, ma anche di tante positività che rallegrano il cuore. E così non hai neanche il tempo di gustare la gloria e la felicità che già sei coinvolto dalla tristezza che mette a nudo tutta la tua fragilità di uomo. Il 14 febbraio del 2004, in una  stanza d’albergo di Rimini moriva Marco Pantani. Proprio nel giorno di San Valentino, il Santo Patrono degli innamorati. Che coincidenza, il giorno dell’amore che s’interseca al giorno della morte. Uno strano destino quello di Pantani, che ancora oggi è avvolto da un mistero incredibile e da tanti “perché” che a quindici anni dalla sua morte non hanno ancora avuto risposta. Troppe le stranezze sulla sua morte, una su tutte l’ematocrito che un giorno prima era ben sotto il livello consentito dal regolamento e il giorno dopo è apparso improvvisamente alle stelle. Il Marco campione d’Italia di ciclismo è morto per overdose, forse perché non ha retto alle male lingue, alle oppressioni esterne e a certi giudizi penalizzanti che gli hanno scavato l’anima. Egli parlava alle montagne: “Mi butto perché ho voglia di volare, anche se arrivo in vetta dopo aver pedalato sul dolore e dall’altra parte non c’è niente”. Un ragazzo forte fisicamente, che amava scalare le montagne con la sua bicicletta, con la forza delle sue gambe, dei suoi polmoni, perché ogni salita era una sfida con sé stesso, contro il mondo avverso. Difficile capire il campione, ma ancor più complicato è capire l’uomo Pantani, pur viaggiando metaforicamente assieme a lui sulla sua sella, sulla sua bicicletta così abituata a portare il peso di 55 kg, l’esatto peso corporeo del “pirata” di Cesena. Per cercare di capire lui e la sua storia, dovremmo fare un percorso antropologico sulla sua esistenza, entrare nella sua anima per sapere cosa porta una persona a soli 34 anni a farla finita con la vita, con quella vita che resta pur sempre il bene più prezioso che Dio ci ha dato. Ma la disperazione, si sa, è cattiva consigliera, annebbia la vista, il cervello, ti fa credere che dopandoti starai meglio, vivrai meglio. Ma quando ti accorgi di aver imboccato la via della morte e del non ritorno alla vita, ti rendi conto che è troppo tardi. Marco Pantani ha finito così la sua giovane esistenza, in maniera disarmante e amara. Dice la mamma Tonina Pantani: “Il mio dubbio più grande è che Marco possa essere stato ucciso”. E, in effetti, troppi dubbi e perplessità avvolgono quella strana morte del Pirata. Dallo strano disordine della camera d’albergo in cui è stato trovato cadavere, ai suoi giubbotti lasciati a Milano e ritrovati nel residence “Le Rose” dove si era recato senza bagaglio. Domande che ancora oggi non hanno avuto alcuna risposta, ma che mamma Tonina ripete con convinzione perché, secondo lei suo figlio Marco non si è suicidato ma è stato ucciso. “Marco era il numero 1” dice mamma Tonina, “è stato un atleta irripetibile, un ragazzo buono e coraggioso. Avrebbe dovuto mandare a quel paese tutti quanti, soprattutto coloro che gli dicevano di non vincere. Il doping? È sempre esistito, però Marco non lo ha mai preso”. Cuore di mamma che, addolorata, esprime tutto il suo legittimo cordoglio per un figlio perso in maniera tragica. Ma dove sta la verità? Non sappiamo se ad oggi continuino ancora le indagini, tuttavia, ci piace ricordare il campione ma, soprattutto, l’uomo che c’era in lui. Oggi, a distanza di quindici anni dalla sua morte, piangiamo un ragazzo che con le sue gesta ha entusiasmato gli appassionati di ciclismo ad alti livelli. Uno sport che per  fatica fisica e mentale si rivolge spesso a quel doping che da sempre ha illuso e ingannato con fatue promesse.

Salvino Cavallaro    

 



Salvino Cavallaro


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