POKER DELLA JUVE CONTRO IL LECCE, MA C’È ANCORA TANTO DA FARE NEL GIOCO.


I bianconeri vincono ma deludono sull`intendere del calcio moderno
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Torino Allianz Stadium, 27/06/2020 -


Se vincere è l’unica cosa che conta e se essere andati a +7 in classifica sulla Lazio che è seconda ma con una partita ancora da giocare, dà respiro per aggiudicarsi lo scudetto, allora ogni discorso relativo all’analisi del gioco del calcio inteso come coralità di squadra, viene a decadere. Diciamo questo perché dopo avere visto la partita vinta per 4 a 0 dalla Juventus contro il Lecce in dieci uomini, continuiamo a non vedere il gioco d’insieme di una squadra imbottita di campioni che stentano a sviluppare un insieme di azioni tali da giustificarne l’alto contenuto tecnico. C’è un motivo portante nella squadra di Sarri, ed è l’evidente incepparsi davanti a squadre chiuse che partono in contropiede. E non è un caso che i bianconeri abbiano sofferto contro il Milan, il Napoli e per tutto il primo tempo anche contro il Lecce. In antitesi, invece, riesce a migliorare l’espressione del gioco con squadre come il Bologna, le quali scendono in campo con il desiderio di giocare una partita aperta e magari di batterla questa Juve. E siccome dal punto di vista concettuale sono poche le squadre del campionato italiano ad essere supportate da questa idea tattica di calcio propositivo quando affrontano la Vecchia Signora d’Italia, sarebbe opportuno che Sarri cambiasse magari modulo, adeguandolo alla squadra che si incontra. Infatti, sembra ormai troppo scontato l’atteggiamento in campo della Juve, che si basa soprattutto sulle pregevoli giocate individuali che, tuttavia, sono quasi sempre imbrigliate dai coriacei difensori avversari, più propensi a distruggere piuttosto che a costruire il gioco. Così si determina una situazione in cui la verticalizzazione del gioco viene a mancare, le imbucate sono inesistenti, con l’inevitabile conseguenza che giocatori come Ronaldo e Dybala diventino giocatori “normali”. Poi, per fortuna della Juve c’è il guizzo di una giocata individuale che fa la differenza, ma resta sempre la difficoltà di trovare un gioco che non c’è anche alla luce della prossima Champions. Insomma, Juve nuova problemi vecchi. Da Allegri a Sarri la Signora è rimasta con il suo vecchio stile e modo di pensare: “Vincere è l’unica cosa che conta” anche se poi patisce le partite secche e le finali. Sarri avrebbe dovuto rappresentare la novità, l’innovazione, la teorizzazione di una filosofia calcistica basata sull’armonia del gioco di squadra, adatta soprattutto ad essere competitiva in campo internazionale. Fino ad oggi non abbiamo visto nulla di tutto questo in una squadra che si affanna, spinge in avanti, trova muri invalicabili e non trova il modo per aggirare difese chiuse e protette da un centrocampo attento a chiudere ogni varco. E’ troppo poco sperare nell’entrata di Douglas Costa che dribbla anche se stesso e scombina i programmi tattici degli avversari. Troppo poco sperare nei pregevoli gol di Dybala che inventa la giocata da maestro campione. La Juventus è squadra di grandi talenti che sta anche rivedendo attraverso il mercato, di migliorare un centrocampo apparso vulnerabile e poco propenso a sposare in toto l’idea di Sarri. Una Juve che appare ancora troppo lontana dalla verve agonistica e dalla freschezza atletica dimostrata dall’Atalanta di Gasperini. Pensiamo anche che la Juve di Sarri debba ritrovarsi in fretta sotto l’aspetto mentale della cattiveria, perché non è ammissibile che dia sempre questa impressione di squadra che parta con sufficienza, pensando che prima o poi il gol arrivi. Rivedersi in un gioco di calcio moderno, corale, empirico, che riassuma il concetto di squadra capace di collegare all’unisono l’aspetto di possesso e non possesso palla, urge a una Juve che vuole vincere Scudetto e Champions.

Salvino Cavallaro

                     

Salvino Cavallaro


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