JAVIER ZANETTI, L’ESEMPIO DI UN GRANDE UOMO DI SPORT


Sono tanti anni che scrivo di
calcio e intervistato uomini di sport dai quali ho colto prima d’ogni cosa il
loro lato umano. Sì, perché ci sono calciatori senza maglia che pur
identificandosi nella società in cui hanno militato per tanti anni, riescono a
condividere la loro innata simpatia anche con chi non fa propriamente il tifo
per la società cui è stato legato calcisticamente per molto tempo. Javier Zanetti, capitano gentiluomo e
poi vicepresidente dell’Inter è tra quelle figure che appartengono al mondo del
calcio che maggiormente mi attraggono, proprio per le sue peculiarità di uomo
simbolo di integrità, correttezza e sensibilità verso il sociale. Nato a Buenos
Aires il 10 agosto del 1973, Zanetti è stato capitano dell’Inter dal 2001 al
2014, anno del suo ritiro. Ha origini friulane in quanto il suo bisnonno Paolo
Zanetti era della provincia di Pordenone. Papà Rodolfo Ignacio Zanetti e mamma
Violeta Bonazzola hanno avuto due figli maschi, Sergio e Javier che è il minore
dei due eredi. Quando nacque Javier i genitori hanno deciso di dargli come
secondo nome Adelmar, in quanto si
riferisce al nome di un medico argentino che gli salvò la vita da neonato,
perché era affetto da problemi di respirazione. A saperle certe cose, ti fa
pensare come poi il destino della vita ti porti ad abbracciare un mondo che non
avresti mai conosciuto se quel medico non avesse salvato la vita a quel
minuscolo essere umano, che con il suo esempio avrebbe poi dato segnali di
grandi valori umani attraverso lo sport inteso come “mens sana in corpore sano”. Zanetti ha pubblicato tre
autobiografie: “Capitano e gentiluomo”,
“Giocare da uomo” e “Vincere, ma non solo”. Nel 2012 ha aperto un
ristorante assieme a Cambiasso, il “Botinero” che si trova nel quartiere Brera a
Milano. Poi, nell’ottobre del 2011 ha ricevuto il premio alla carriera come “Leggenda del calcio”, un
riconoscimento che corona degnamente un ex calciatore, ma soprattutto un uomo
davvero speciale. “L’addio al calcio non è stato semplice.” dice Zanetti “Era
difficile per me pensare a quel giorno, ma prima o poi doveva arrivare. Tra
l’altro, nella stagione 2013 – 2014 ho subito un grave infortunio al tendine
d’Achille e tutti pensavano che quella sarebbe stata la mia ultima partita. La
mia mente invece si è subito proiettata al mio ritorno in campo. Sì, perché
volevo tornare a San Siro almeno per un’altra sfida e sentire ancora l’amore
dei tifosi. E così è stato. Ricordo che quella notte è stata indimenticabile.
Speravo non finisse più. Quell’amore dei tifosi dell’Inter resterà per sempre
nel mio cuore”. Padre di tre figli, Sol, Ignacio e Tomas avuti dal suo
matrimonio con Paula de la Fuentes che ha sposato nel 1999, Javier Zanetti è un
campione anche nella vita privata, ritenendo sacri e indissolubili i suoi
affetti più cari intesi come famiglia vera e unita. Oggi vive nella sua casa
sul lago di Como, un luogo che adora fin dal primo giorno in cui giunse a Milano.
Ma c’è ancora un’altra cosa importante nella vita di questo straordinario
campione, ed è il suo essere protagonista nel sociale attraverso la Fondazione Pupi, un progetto che ha
costruito 16 anni fa e che porta avanti con alto spirito di convinzione e
solidarietà. “Da sportivi abbiamo grandi responsabilità” afferma Zanetti parlando a centinaia di ragazzi riuniti nella
Sala Paolo Sesto in Vaticano nel corso dell’evento “Il calcio che amiamo”. “L’integrazione
sociale fa parte del DNA dell’Inter. Il razzismo è un problema trasversale”. Che dire di più di questo immenso ex
calciatore vicepresidente dell’Inter, che per il suo esempio di vita e il suo
messaggio sociale potrebbe essere presidente di tutte le squadre di calcio del
mondo? Nulla! Ogni altra parola sarebbe inutile. Sì, perché certi uomini di
sport hanno solo un’appartenenza universale.
Salvino
Cavallaro