BERLUSCONI VENDE IL MILAN E RESTA PRESIDENTE ONORARIO.


“Ho
venduto ai cinesi. Una scelta dolorosa ma necessaria. Nel mercato mondiale è
impossibile stare a certe cifre, ho venduto per passione. Ho rinunciato a una
parte del valore, purché ci fosse l’impegno a investire”. A
parlare è Silvio Berlusconi, dopo avere venduto il suo Milan a una cordata di
cinesi per 740 milioni di Euro (compresi 220 milioni di debiti). Dopo Moratti,
nella Milano del football che conta anche Berlusconi passa la mano. E’ il segno
di un’era che si chiude definitivamente e porta con sé i ricordi di tanti trofei
vinti, assieme a un’incancellabile passione chiamata calcio. Sono passati
trent’anni, eppure sembra ieri che Silvio
Berlusconi manager del network televisivo che non era ancora entrato in
politica, si affacciava al mondo del calcio con l’obiettivo di stravolgere
certe antiche filosofie sparagnine, che imperversavano in un periodo in cui
soltanto la Juventus dell’Avv. Agnelli mostrava tutta la sua vigoria
organizzativa ed economica. Ed era proprio da qui, che Silvio Berlusconi voleva
partire, con quella capacità imprenditoriale che l’aveva portato all’apice del
successo della televisione privata. Ma il calcio era un’altra cosa, lui questo
l’ha capito subito. Non bastava soltanto la passione e l’essere tifoso
rossonero per destinazione famigliare. Ci voleva la competenza, ci volevano le
teste giuste al posto giusto. E così fece, quando costruì un organigramma di
persone scelte che potessero gestire i milioni che egli mise a disposizione per
investire in un mercato del football che rivoluzionò, mettendo sul piatto dei
quattrini che per l’epoca fecero impallidire per la sua consistenza nel
comprare i giocatori che poi avrebbero fatto grande il Milan. L’idea di
mettersi in politica era solo nell’aria, tuttavia, ben presto e sulle ali
dell’entusiasmo, egli volle provare con quella linea innovativa che si
configurò nella logica di chi aveva fatto del denaro attraverso la televisione
e voleva subito reinvestirlo in altri settori. E’ la logica degli investimenti
creata da chi non si accontenta mai e vede un futuro di galoppante sviluppo. Un
po’ come dire che soldo fa soldo e non c’è altro modo per apportare innovazioni
anche di mentalità. Così entrò prepotentemente nel Milan di 30 anni fa, facendo
fuori un’icona rossonero come Gianni Rivera ritenuto grande ex calciatore ma
mediocre dirigente, abituato a tempi decisionali troppo lenti nell’esecuzione.
C’era bisogno di qualcosa di diverso, di frenetico, di convinzione che quel
Milan avrebbe dovuto cominciare in fretta la scalata al successo, alla
conquista del mondo pallonaro, non accontentandosi mai di arrivare secondo. Bisognava
primeggiare. Era la logica di chi ha poi vinto tanto, prima in maniera cinica e
poi con l’esigenza di creare un football che potesse vincere, convincere e
divertire. Fu l’era di Arrigo Sacchi e del calcio champagne olandese. Un Milan
che vinse e divertì attraverso la logica di un calcio nuovo, innovativo nella
sua sostanza, che teneva conto della vittoria attraverso la bellezza del gioco
di squadra. Schegge di affascinanti ricordi che si intersecano tra loro e si
dipanano in trent’anni di storia berlusconiana che ha fatto un Milan vincente,
capace di scrivere pagine di calcio che sono indelebili. Oggi tutto è cambiato,
un po’ come dire che nulla è per sempre e che certi cicli sono destinati a
finire per ricominciarne altri. Non sappiamo se realmente questi cinesi saranno
in grado di continuare quel percorso berlusconiano che ha dato grandi
soddisfazioni al club rossonero. Nel calcio, non sempre la grande liquidità si
sposa con le capacità gestionali e le competenze di settore. Trent’anni fa,
Silvio Berlusconi l’aveva capito. E questi cinesi lo capiranno?
Salvino
Cavallaro