“LA JUVENTUS È LA PIÙ FORTE”, MA È SOLTANTO UN LUOGO COMUNE.


E’ dall’inizio dell’anno che
sentiamo dire non solo da Antonio Conte, che la Vecchia Signora d’Italia è la
squadra da battere perché possiede ancora qualcosa in più rispetto alle altre
squadre. Un qualcosa che fa la differenza, un qualcosa che si materializza dal
nome dei suoi tanti campioni i quali da soli sembrerebbero essere più che sufficienti
per la garanzia di chiamarsi “JUVENTUS”. La riteniamo una leggenda
metropolitana, anzitutto perché ogni anno calcistico da affrontare è diverso,
ogni partita da fare non è uguale alla precedente e ogni campionato da giocare non
è mai come gli altri che hai vinto precedentemente. Dire “JUVENTUS” è una credenziale
teorica suffragata dalla storia dei tanti scudetti vinti e da quel modello
gestionale che ne caratterizza da sempre la reale differenza. Ma da questo, a
dire che sei migliore delle altre perché hai CR7 e un nutrito gruppo di
campioni, ebbè, ce ne passa davvero tanto. Il calcio è fatto di risultati
positivi, di gioco, ma anche di furore agonistico che devi tradurre sul campo a
prescindere da tutte quelle considerazioni che abbiamo fatto. E quello che
stiamo vedendo sul campo dall’inizio del campionato a oggi da parte della
Juventus “migliore di tutte”, non è propriamente ciò che si era sbandierato fin
dall’inizio. E allora, qual è il problema di una squadra che nelle promesse
iniziali ha fatto proseliti di bel gioco e risultati, tanto da essere la prima bellezza
italiana del pallone che conta? Proviamo dunque a dare una spiegazione il più
possibile plausibile.
Innanzitutto crediamo che in
tutto questo stentare di identità da parte della Juventus targata Sarri, ci sia
un concorso di colpe che fa capo a una più che evidente campagna acquisti
estiva errata, nell’assemblare la squadra in maniera tecnicamente irrazionale nei
suoi vari reparti nevralgici di difesa e centrocampo. In più, c’è da
considerare la smania della società che emotivamente si è lasciata attrarre
dalla voglia irrefrenabile di operare nell’ambito della squadra, quel processo
di modernizzazione di gioco e cultura calcistica che agli occhi dei più
appariva troppo ancorata a un sistema sì vincente, ma poco avvezzo allo
spettacolo. Era la sintesi filosofica di tutto quello che noi abbiamo scritto (compreso
lo scrivente che lo afferma in onore della sua onestà intellettuale), annoiati
com’eravamo dal gioco noioso espresso dalla squadra di Allegri. A memoria
ricordiamo che per lunghi periodi si è dibattuto molto sul tema del vincere
senza divertire o cercare di essere primi appagando il palato dei buongustai
del pallone e delle sue geometrie. Così, nel processo voluto da Agnelli and
company, si è andati alla ricerca di tecnici che in campo internazionale
potessero garantire il bel gioco e, soprattutto, dare migliorie in campo
internazionale per potere vincere quella Champions che per la Juve appare sempre
più stregata. E senza pensarci più d’una volta, si è andati all’affannosa
ricerca di allenatori come Guardiola, Klopp, Pochettino, Sarri e altri nomi che
potessero far fare quel salto di bel gioco tanto auspicato. La ricerca è stata ardua,
lunga e asfissiante come la calura estiva, perché nonostante la Juve avesse
corteggiato per lungo tempo questi nomi, la situazione non si sbloccava. Così,
con un’operazione tardiva arrivava finalmente Maurizio Sarri, il quale si è
sbloccato dai suoi impegni con il Chelsea.
Intanto bisognava pur fare una campagna
acquisti che potesse risultare potenziata rispetto all’anno precedente. Il
compito che è stato affidato a Paratici (l’allievo di Marotta) ha portato a
vendere Cancelo, Spinazzola, Kean, Orsolini e a gennaio anche Mandzukic ed Emre
Can, per creare plusvalenze e al contempo sfoltire ciò che creava esborsi economici
di giocatori che non rientravano più nel progetto della Juve. Poi ha acquistato
Higuain e Buffon come “cavalli” di ritorno, Ramsey, Rabiot, De Ligt, Demiral,
Danilo, e a gennaio Kulusevski che di fatto avrà nell’organico soltanto a fine
campionato. Ma guardando attentamente gli acquisti fatti in estate, ci si
accorge che qualcosa manca soprattutto a centrocampo, zona nevralgica del gioco
del calcio. Manca il trequartista che Sarri sta cercando di inventare, visto
che nel gioco a rombo Ramsey non si sta rivelando ciò che era nelle promesse
iniziali. Bernardeschi si sta perdendo, Matuidì arranca, Rabiot sembra correre
a vuoto nel tentativo di capire cosa Sarri gli chieda e Pjanic davanti alla
difesa è spesso in difficoltà. La difesa con i vari infortuni di Chiellini,
Demiral, De Sciglio, Danilo, si è trovata a doversi avvalere delle prestazioni
di un Cuadrado che terzino non è mai stato e fa quello che può. Il risultato è
dato da una serie di gol presi da una difesa alta, messa tatticamente all’altezza
del centrocampo, così com’è nel volere di Sarri. Insomma, una Juve in
confusione che fa gol con Cristiano Ronaldo e poi non mantiene il vantaggio. E
dov’è il bel gioco? Dov’è il calcio globale degli interscambi di ruoli e le
trame fluidificanti che danno un’identità di squadra superiore? Non c’è. E
allora cominciano i mugugni e una parte dell’ambiente bianconero rimpiange
Allegri e quel calcio che si ispira all’antico: “Prima non perdere”.
Doveva essere la rivoluzione copernicana di un cambiamento epocale fatto per portare
a vincere tutto, mentre in questo preciso momento si teme seriamente di non arrivare
a vincere nulla. Sarri è sotto l’occhio del ciclone, ma riteniamo che soprattutto
la dirigenza della Juventus debba cominciare a recitare il mea culpa.
Salvino
Cavallaro